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  • Giulia Giacco

Pusho ma non spaccio! Gli anglicismi in informatica

Per il secondo appuntamento della serie L’intrusione dell’inglese nei linguaggi settoriali mi concentro su un settore che sembra ormai irrecuperabile da questo punto di vista: l’informatica. Come siamo arrivati a questo punto?


Ho cercato una risposta con l’aiuto di Michele Colombo, VP Engineering* della startup BioBeats, con la quale lavora da 5 anni. Michele si è laureato in Informatica Magistrale all’Università di Pisa e si occupa principalmente di Machine Learning (Apprendimento Automatico). Qui il suo profilo LinkedIn.


*VP Engineering = È il braccio destro del CTO**. Si occupa di organizzare il lavoro di informatici e ingegneri, segue i progetti dei vari team, monitora le scadenze e la consegna dei progetti.

**CTO ➡ Abbreviazione di Chief Technology Officer (Direttore della Tecnologia) = Manager di primo livello che si occupa di valutare e selezionare le tecnologie da applicare a prodotti o servizi che l’azienda produce.


Clicca qui se ti sei perso il primo post della serie Gli anglicismi nel turismo

La prima volta che un linguista entra in una stanza di informatici e li sente parlare potrebbe avere questa reazione:



Se per queste grandi menti scientifiche la matematica non è un’opinione, l’italiano sembra proprio che lo sia. Si esprimono con pochi connettivi, prediligono le frasi corte e, in cotanta brevità, riescono a introdurre parole italiane, inglesi e miste (verbi inglesi coniugati all’italiana tipo “pushare”).

Nell’informatica odierna sembrano molto lontani i giorni in cui un archivio era quello che oggi chiamiamo file e l'hard disk rispondeva al nome di disco rigido.

Cosa è accaduto?


Per cercare di capire come mai si è smesso di creare neologismi in informatica, ho chiesto a Michele:


D: Vorrei capire quanto l’inglese sia imprescindibile dall’informatica. Può uno sviluppatore non conoscere l’inglese?


Il discorso è semplice: non per forza devi programmare in inglese però tutto l’ecosistema nel quale programmi è in questa lingua quindi ti viene naturale prima di tutto impararla e poi usarla quotidianamente fino a commentare il codice in inglese. Esistono alcuni linguaggi localizzati, anche in italiano, ma non sono di uso comune (NdR: Consulta qua la lista). Il problema con i linguaggi localizzati è che l’informatica, di per sé, è una disciplina che si porta avanti da remoto, si lavora con gente di tutto il mondo e serve una lingua franca. Ti faccio un esempio: se lavoro su un codice open-source (cioè: non realizzato da privati ma nel quale tutti possono contribuire a costruirlo) l’unico modo per contribuire è commentare in inglese, la lingua che tutti gli informatici capiscono. Per rispondere alla tua domanda, se un informatico non sa l’inglese è dura sviluppare, la stragrande maggioranza della documentazione del settore si trova in questa lingua. Detto ciò, al giorno d’oggi comunque c’è così tanto bisogno di informatici che lavoro si trova comunque, a prescindere dal tuo livello di inglese, però il livello di lingua si ripercuote anche sul tuo livello di programmazione e senza una minima padronanza dell’inglese direi che si può lavorare a medio-basso livello.



D: Ma perché non si riescono a creare corrispondenti in italiano dei termini di settore?


Anche qui la risposta è semplice: l’informatica va troppo veloce. Esce un nuovo software, nel giro di due settimane diventa popolare e molto usato quindi gli sviluppatori iniziano a usare la versione inglese (l’unica disponibile) e a familiarizzare con i termini presenti. Dopo poco si iniziano a creare verbi italiani presi dai termini inglesi come “pullare”. Per creare un neologismo ci vuole tempo, deve essere usato frequentemente dalle persone del settore prima di poterlo inserire in un dizionario della lingua e il tempo è proprio ciò contro cui l’informatica combatte ogni giorno.




Alla fine di questa breve intervista mi sento già più vicina agli informatici, ho trovato ben due cose in comune:

- possiamo definirli come traduttori che trasportano il messaggio dal linguaggio umano a quello delle macchine;

- sono in continua lotta contro il tempo (chissà se anche a loro chiedono oggi di consegnare dei progetti per ieri 😉 )


I 10 ANGLICISMI PIÙ USATI IN INFORMATICA


Vi invito a fare questo esercizio: mentre pronunciate parole in inglese, provate a pensare nella vostra testa al loro significato in italiano. Vedrete, non vi sembreranno più così tanto fighe, specialmente nel gergo informatico!

1) Bug = Identifica un errore nella scrittura del codice sorgente di un programma. La traduzione letterale è insetto e l’invenzione di questo termine si deve a Grace Hopper: durante i suoi esperimenti nel laboratorio computazionale di Harvard, notò un errore nel sistema dovuto a una falena intrappolata in un relè e venne quindi coniato questo vocabolo. In italiano era stato tradotto come baco - mi sembra perfetto, rispetta il campo semantico e la brevità dei caratteri.


2) Deployment = Rilascio al cliente, con relativa installazione, di un'applicazione all'interno del sistema informatico aziendale. Il termine è preso in prestito dal gergo militare in cui ha il significato di “schieramento delle truppe” ed indica in generale la messa in atto di una soluzione. Attualmente non esiste traduzione italiana.

Perché non possiamo rifarci anche noi al gergo militare? Oltre a schieramento, si potrebbe scegliere fra spiegamento, allineamento, disposizione.


3) Back-up = La copia in più da fare per non perdere i propri dati in caso di problemi al supporto principale. Quindi una copia di scorta, o copia di sicurezza.


4) Bootstrap = Il termine si origina nel modo di dire pull yourself up by your bootstraps (letteralmente “tirarsi su dai tiranti degli stivali”, azione impossibile) e si usa per indicare il miglioramento di una situazione raggiunto attraverso i propri sforzi. In informatica indicava una piccola porzione di codice che veniva usata per caricare parti di codice più complesse fino a che il sistema non fosse pronto all’uso. Al giorno d’oggi il termine è sinonimo di avvio (di un computer o di un progetto software) e, dato che non esiste modo di dire simile in italiano, lo tradurrei proprio con questo termine.


5) Blockchain = La blockchain è nata come una specie di libro mastro per la criptovaluta Bitcoin, condiviso da tutti ma posseduto da nessuno. Le voci sono raggruppate in blocchi, concatenate in ordine cronologico, e protette dalla crittografia. Il loro contenuto, una volta scritto, non è più modificabile o eliminabile, a meno di non invalidare l'intera struttura.

Non esiste traduzione ufficiale italiana. Si possono seguire due strade: - traduzione letterale (catena di blocchi) per rendere più semplice la comprensione della sua struttura al pubblico italiano;

- traduzione più italianizzata che si allontana dal termine originale. Proporrei registro digitale, dato che libro mastro digitale diventa troppo lungo.


6) Buffer = Spazio temporaneo di archiviazione in cui vengono accumulati provvisoriamente i dati che sono trasferiti da un’unità di elaborazione a un’altra avente velocità di elaborazione inferiore alla prima.

Treccani riporta il termine inglese e specifica che in italiano è anche detto memoria tampone (quest'ultimo traduzione letterale del termine inglese). Altri termini italiani per indicarlo sono memoria di transito o memoria intermediaria. Un buffer overflow potrebbe quindi essere un sovraccarico della memoria tampone, o uno straripamento se vogliamo essere poetici come gli inglesi.


7) Browser = Questo termine è un esempio di come ci abituiamo a usare una determinata parola in un certo settore e ci dimentichiamo che possa avere un altro significato. Browser non è un termine inventato ma in inglese sta a indicare una persona che si guarda attorno durante lo shopping. Il termine informatico è ormai così tanto usato che sul dizionario inglese si trova prima questa accezione e poi il significato originale. Chrome o Mozilla Firefox sono quindi degli osservatori o scrutatori!

Browser ha la sua traduzione ufficiale: navigatore.


8) Hosting = Un servizio di rete che consiste nell'allocare su un server web delle pagine web di un sito web o di un'applicazione web, rendendolo così accessibile dalla rete Internet e ai suoi utenti. Il verbo to host in inglese significa “ospitare” quindi si potrebbe tradurre come servizio di ospitalità o, più breve, servizio di alloggio. “Ospitalità”, anche se più lungo, permetterebbe poi di mantenere lo stesso campo semantico e chiamare il server web host ➡ ospitante.


9) Screensaver = Qui entra in gioco la pigrizia che non fa ricordare il vocabolo salvaschermo, ampiamente usato in passato. La stessa cosa succede per screenshot, termine diventato popolarissimo con l’avvento dei telefoni “intelligenti”, lasciando nel dimenticatoio fermo immagine, usato per decenni.


10) Branch = Punto in cui viene alterato il sequenziale flusso delle istruzioni in un processo. Il suo significato letterale (ramo) si rifa alla metafora delle strutture informatiche ad albero, in italiano è conosciuto come salto o diramazione. La seconda opzione, sebbene più lunga, permette di mantenere lo stesso campo semantico.



Ci sarebbero così tanti altri termini da inserire in questa lista ma il post diventerebbe infinito. Concludo con una curiosità:

lo sapete che anche mouse avrebbe una traduzione?!

No, non è un topolino... È un puntatore!

In informatica il problema è chiarissimo: se gli addetti del settore sono così abituati, per scelta e per obbligo, a usare l’inglese tutti i giorni in ogni cosa che fanno, diventa un doppio lavoro cercare sempre di usare/inventare termini italiani.

Hanno in testa continuamente quello che in gergo d’interpretariato si chiama “alternanza linguistica” (code switching) - ma non essendo allenati come noi finiscono per fare molta “mescolanza linguistica” (code mixing) 😜




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